Rischio NaTech

Rischio NaTech negli stabilimenti industriali: come prevenirlo e gestirlo

Il tema del rischio NaTech – ovvero l’interazione tra eventi naturali e incidenti tecnologici – è sempre più rilevante per gli stabilimenti industriali, in particolare quelli soggetti a normative come la Direttiva Seveso III. L’aumento della frequenza e dell’intensità di fenomeni naturali estremi, legati ai cambiamenti climatici, impone un ripensamento delle strategie di prevenzione e controllo, affinché le imprese possano garantire la sicurezza delle persone, dell’ambiente e delle infrastrutture.

Parlare di NaTech significa affrontare uno scenario in cui un evento naturale, come un terremoto o un’alluvione, innesca o aggrava un incidente industriale, generando un impatto amplificato. In questo contesto, le attività di controllo non possono limitarsi alla verifica della conformità normativa, ma devono essere orientate a una valutazione complessiva della resilienza degli impianti rispetto a tali rischi combinati.

Cosa si intende per rischio NaTech?

Il termine NaTech nasce dall’unione di “Natural Hazards” e “Technological Accidents”. Si tratta di incidenti tecnologici determinati da un fattore naturale che funge da causa o da catalizzatore. Un sisma che provoca la rottura di serbatoi contenenti sostanze pericolose, una frana che interrompe i sistemi di raffreddamento di un impianto chimico, o una tempesta che danneggia linee elettriche e sistemi di sicurezza, sono tutti esempi concreti di scenari NaTech.

Questa tipologia di rischio si distingue per la sua natura sistemica, poiché combina due dimensioni di pericolo: quella naturale e quella tecnologica. Ciò lo rende particolarmente complesso da valutare e da gestire, soprattutto in un contesto industriale caratterizzato da impianti interconnessi e da infrastrutture spesso localizzate in aree esposte a fenomeni ambientali estremi.

Rischio NaTech: il quadro normativo di riferimento

In Europa, il rischio NaTech è stato progressivamente integrato all’interno delle politiche di prevenzione degli incidenti industriali. La Direttiva Seveso III (2012/18/UE) e il relativo recepimento italiano con il D.Lgs. 105/2015 impongono agli stabilimenti a rischio di incidente rilevante di effettuare una valutazione sistematica dei pericoli e di predisporre misure di prevenzione e protezione adeguate.

Sebbene la normativa non utilizzi sempre esplicitamente il termine NaTech, è ormai consolidata l’interpretazione che include i rischi derivanti da eventi naturali all’interno delle analisi di sicurezza. Le autorità di controllo, sia a livello nazionale sia regionale, sono quindi chiamate a verificare non solo il rispetto delle prescrizioni tecniche, ma anche la capacità delle aziende di identificare, analizzare e mitigare i rischi che potrebbero emergere dall’interazione tra fattori naturali e processi industriali.

Rischio NaTech: il ruolo delle attività di controllo

Le attività di controllo sugli stabilimenti industriali rappresentano uno strumento fondamentale per garantire che i rischi NaTech siano presi in considerazione in modo concreto e non formale. In fase di ispezione, gli enti preposti non si limitano a verificare la presenza di documenti o autorizzazioni, ma analizzano la coerenza tra analisi dei rischi, misure di prevenzione e realtà operativa.

In questo contesto, il rischio NaTech obbliga a un approccio multidisciplinare. Non si tratta soltanto di valutare la robustezza delle infrastrutture, ma anche la loro interazione con il territorio, le condizioni ambientali e le capacità di risposta in emergenza. Gli ispettori, di conseguenza, devono acquisire competenze specifiche su fenomeni naturali, oltre a quelle tradizionali di natura tecnologica.

Esempi di eventi NaTech e lezioni apprese

La cronaca internazionale offre diversi casi in cui eventi naturali hanno scatenato gravi incidenti industriali. Il più noto è quello di Fukushima del 2011, dove un terremoto seguito da uno tsunami ha provocato il collasso dei sistemi di raffreddamento della centrale nucleare, generando una catastrofe di dimensioni globali.

Anche in Europa si registrano episodi significativi: in Francia e in Italia alluvioni improvvise hanno causato la dispersione di sostanze inquinanti da impianti di trattamento e stoccaggio, mentre terremoti come quello dell’Emilia nel 2012 hanno messo a dura prova la stabilità di numerosi stabilimenti.

Da questi eventi emerge con chiarezza che il rischio NaTech non può essere considerato marginale. Al contrario, rappresenta una minaccia concreta che richiede investimenti mirati e un aggiornamento costante delle procedure di controllo.

Prevenzione e resilienza nelle aziende

Per affrontare il rischio NaTech, le aziende devono adottare un approccio proattivo che integri la gestione del rischio naturale con quella tecnologica. Ciò significa includere nei piani di sicurezza valutazioni di pericolosità sismica, idrogeologica e climatica, e prevedere misure tecniche e organizzative in grado di ridurre la vulnerabilità degli impianti.

Gli stabilimenti più avanzati stanno introducendo sistemi di monitoraggio in tempo reale, tecnologie digitali di previsione e simulazione, oltre a procedure di manutenzione preventiva che tengano conto anche delle sollecitazioni derivanti da eventi naturali. A livello organizzativo, la formazione del personale gioca un ruolo cruciale: i lavoratori devono essere preparati non solo a gestire un incidente industriale, ma anche a riconoscere e affrontare le condizioni di emergenza derivanti da disastri naturali.

Il contributo delle autorità e della comunità scientifica

Le autorità di controllo non operano in isolamento, ma in sinergia con università, centri di ricerca e istituzioni tecniche che mettono a disposizione modelli previsionali, banche dati e metodologie di analisi del rischio. La comunità scientifica, in particolare, ha sviluppato strumenti capaci di stimare la probabilità che un evento naturale possa innescare un incidente tecnologico, favorendo così decisioni più informate da parte degli ispettori e delle imprese. L’approccio collaborativo consente di superare la tradizionale logica del mero adempimento burocratico, spostando l’attenzione verso la costruzione di una vera e propria cultura della resilienza. Questo è un passaggio indispensabile per far fronte a rischi che, per loro stessa natura, non possono essere eliminati del tutto ma solo gestiti e ridotti

NaTech e cambiamenti climatici

Un elemento che rende il tema ancora più attuale è il legame con i cambiamenti climatici. L’aumento di fenomeni meteorologici estremi, come piogge torrenziali, ondate di calore e tempeste improvvise, moltiplica le possibilità che eventi naturali si trasformino in cause di incidenti industriali.

Le autorità di controllo devono quindi aggiornare continuamente i propri criteri di ispezione, integrando scenari climatici futuri nelle valutazioni di rischio. Allo stesso modo, le aziende non possono limitarsi a basarsi su dati storici, ma devono considerare l’evoluzione delle condizioni ambientali e predisporre misure di adattamento capaci di resistere a eventi sempre meno prevedibili.

Conclusioni

La considerazione del rischio NaTech negli stabilimenti industriali non è un obbligo formale, ma una necessità sostanziale per la sicurezza collettiva e la protezione dell’ambiente. L’interazione tra eventi naturali e processi tecnologici introduce infatti una complessità che richiede strumenti di analisi innovativi, competenze multidisciplinari e un impegno condiviso tra imprese, autorità e comunità scientifica.

Investire nella prevenzione e nella resilienza significa ridurre non solo le probabilità di incidenti gravi, ma anche i costi economici, sociali e reputazionali che deriverebbero da un evento catastrofico. In un’epoca segnata dal cambiamento climatico e dall’aumento delle vulnerabilità territoriali, il rischio NaTech deve essere considerato una priorità assoluta all’interno delle attività di controllo e delle strategie aziendali di gestione della sicurezza.

Articoli correlati